Paolo Mencarelli, musicista fiorentino “emigrato” in Veneto ci racconta come la sua Firenze è cambiata

Paolo Mencarelli è un musicista fiorentino, Violoncello al Teatro La Fenice di Venezia.
L’abbiamo intervistato chiedendogli di raccontarci la sua storia, il suo percorso lavorativo, il suo rapporto con Firenze negli anni di lontananza e come adesso vede la sua città ogni volta che torna.

 

Buongiorno Paolo, raccontaci il tuo percorso da musicista.

Sono nato a Firenze nel dicembre del ’62 e ho intrapreso gli studi musicali, pianoforte e violoncello, in Conservatorio. Erano i primi anni ’70 e i miei maestri erano la pianista Maria Tipo ed il violoncellista Pietro Grossi, due icone della didattica italiana ed internazionale. Il doppio impegno strumentale, unito agli impegni scolastici tradizionali, mi impose, in tempi rapidi, una scelta che – data la mia notevole statura fisica – fu indirizzata sul violoncello.
Il diploma arrivò all’età di 20 anni, nel giugno ’83. In questi 10 anni frequentavo le strade che da via Masaccio, dove ero nato e abitavo, attraversavano piazza d’Azelio, arrivavano all’ospedale degli Innocenti, tramite via della Colonna, per giungere, infine, al Conservatorio. Diverse furono, invece, le sedi della scuola media annessa al Conservatorio, prima presso il mitico “villino”, il numero 153 di via Masaccio, poi presso la “sperduta” sede di via Maragliano, mentre il Liceo Artistico aveva sede in via degli Alfani. Le prime esperienze lavorative furono subito musicali, avevo poco più di 16 anni quando partecipai, con l’orchestra del teatro Romano di Fiesole, al mio primo concerto presso la chiesa di San Salvatore al Monte. Da quel giovanile esordio, le mie successive esperienze furono con l’Orchestra Giovanile Italiana, l’Orchestra da Camera Fiorentina, l’Orchestra Regionale Toscana, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, oltre alla cattedra di docente di Musica da Camera presso il Conservatorio di Potenza, in Basilicata. Un elenco che non può, infine, dimenticare la cattedra di Violoncello presso il Conservatorio di Firenze, era il dicembre 1985, incarico annuale che, purtroppo, fu brevissimo. Solo il mese precedente avevo vinto il concorso per violoncello al teatro La Fenice di Venezia e il rapido invito a prendere servizio mi costrinse – complice una pessima situazione familiare – ad una scelta che fu a favore del teatro veneziano. Il 10 gennaio 1986 fu il mio primo giorno di lavoro in laguna.

 

Come andò il tuo distacco da Firenze?

Ricordo ancora quando, il 9 gennaio a 23 anni appena compiuti, arrivai la mattina con un treno alla stazione di Santa Lucia a Venezia. Umido, freddo, nebbia e acqua ovunque, sia nei canali che lungo i marciapiedi o meglio, lungo le calli veneziane. Nulla di simile era nelle mie previsioni. Le mie strade, i colori ocra delle case, le persiane verdi alle finestre, i viali alberati, i colori delle verdi colline sullo sfondo della “mia” città, verdi anche nelle giornate più cupe, era stato sostituito – ai miei occhi di ragazzo – da un’improvvisa e consumata pellicola in bianco e nero. Cercai di ambientarmi con rapidità, con i colleghi e gli abitanti, sebbene un nodo di profonda tristezza e nostalgia mi attanagliò immediatamente. Il dialetto, inizialmente incompressibile, l’uso distorto della lingua italiana, la marcata diffidenza e la poca propensione all’allegria, non facevano altro che accrescere questo senso di disagio e di distacco.

I miei viaggi di rientro a Firenze, nei periodi di minor lavoro, erano programmati con assoluta puntualità. Il mio successivo e rapido matrimonio in Veneto fu – probabilmente – il tentativo di costruirmi una normalizzante integrazione che in realtà non raggiunse mai questo risultato, sfociando nel suo inevitabile e giusto fallimento. Padova divenne la mia città di riferimento, non solo perché ci abitavo da coniugato, ma perché, senza allontanarsi troppo da Venezia, era la più vicina a Firenze. Oggi, dopo 32 anni, è ancora la città dove vivo stabilmente, sebbene con la mia compagna, Daniela, Milano 2, nel comune di Segrate presso Milano, sia diventata una dimora assai presente nella mia vita attuale.

 

Quanto ti è mancata la vita fiorentina in questi anni?

La vita fiorentina mi è sempre mancata, non c’è stato un solo istante dove questa assenza mi abbia lasciato respiro. Un’assenza che si manifestava in ogni aspetto della vita quotidiana, il cibo, il clima, la capacità di comunicare, lo scherzo, il confronto acceso, ma anche i difetti (come l’eccessiva polemica) mi apparivano indispensabili per sentire ancora il più intimo piacere di vivere. Ricordo ancora quando venivo in auto, durante le vacanze natalizie e mi trattenevo per 10 o più giorni. La data del mio rientro a Padova coincideva sempre, una volta oltrepassato il tratto appenninico della A1 e lasciatomi alle spalle Bologna, ad un profondo attacco di tristezza che non mi faceva parlare per giorni se non per ciò che avesse riguardato il minimo indispensabile. A Firenze mi bastava passeggiare sui lungarni tra ponte San Niccolò e Ponte Alle Grazie, oppure andare a mangiare il lampredotto al mercato del porcellino, un “salto” allo stadio di Campo di Marte, ma anche prendere l’autobus numero 7 per fare una “giratina” a Fiesole, oppure a San Domenico. La Fortezza da Basso (con il suo cinema estivo) oppure il Forte di Belvedere e una passeggiata in Via San Leonardo, erano appuntamenti quasi cadenzati, ossigeno per la mente e il corpo. Gli elementi che, all’epoca, marcavano la distinzione tra Padova – più correttamente dovrei dire il Veneto – e Firenze erano nelle abitudini di vita e nella maggiore diffidenza caratteriale dei suoi abitanti. Certamente il clima invernale più ostile, con la sua nebbia che a volte non mi faceva vedere la luce del sole per intere settimane e la conformazione territoriale del Veneto, in prevalenza costituito da piccole e medie realtà urbane, separate da una indistinta pianura, porta i suoi abitanti ad avere relazioni tendenzialmente chiuse o diffidenti e dirette prevalentemente verso la comunità indigena locale che, presumibilmente, assicura maggiore certezza. Sia ben inteso, questo non significava impossibilità nel fare amicizie o conoscenze, ma farle e costruirle alle condizioni, usi ed abitudini locali. Per fortuna il lavoro in orchestra con il teatro La Fenice di Venezia e le numerose tournee in tutto il mondo – tra la metà degli anni novanta fino al 2010 – contribuirono positivamente alla mia crescita e maturazione, come fondamentali furono anche gli studi, purtroppo non completati, presso la facoltà di Giurisprudenza a Padova.

 

Com’era la Firenze di quando tornavi qui i primi tempi?

Firenze, alla fine degli anni ottanta e per tutti gli anni novanta, ha conservato le medesime caratteristiche degli anni della mia gioventù. Il centro storico, con le sue via alte e strette e l’elevato numero di turisti, non attirava mai troppo la mia primaria attenzione, sebbene la mia presenza non mancasse mai. Il Duomo, visto come rifugio dalla calura estiva, era un appuntamento costante. Piazza della Signoria e piazza San Firenze, fino a Santa Croce erano sempre oggetto delle mie passeggiate, come a verificare che nulla fosse cambiato. Controllavo le fermate dell’autobus, quasi a sincerarmi che i “miei” numeri transitassero sempre per le solite strade. Non era infrequente trovare delle modifiche e devo confessare che non ci rimanevo mai troppo bene, sebbene alla fine ne accettassi la “novità”, come giusto adattamento a nuovi e migliori percorsi. Rimanevo solo leggermente contrariato, come se lamentassi il diritto di non esserne stato avvertito in anticipo… Cominciarono poi le prime telecamere poste all’ingresso delle strade dirette al centro con diritti esclusivi di passaggio e orari particolarizzati di accesso, molto complessi da decifrare che mi fecero capire che la migliore comprensione possibile fosse il non capirli. Ridussi così, in modo radicale ogni ulteriore ingresso nel centro cittadino, salvo l’utilizzo dei mezzi pubblici che comunque non mantenevano inalterati i loro percorsi nel tempo, introducendo un ulteriore elemento di incertezza. Via Masaccio non esisteva più nella mia vita ed era stata sostituita da un appartamento a Scandicci, dove viveva mio padre, mentre un piccolo monolocale all’ultimo piano, in via San Zanobi, era l’altra abitazione, quella di mia madre. La chiusura totale e senza eccezioni del centro storico mi apparve, successivamente, come un certificato funebre. Il caos creato dai troppi transiti dei mezzi pubblici e dei taxi o delle troppe auto autorizzate dal comune, non era certo più gestibile nei termini che si presentavano all’epoca, ma da qui a portare il centro di Firenze a trasformarsi in museo, senza che nessuno nei secoli abbia mai progettato o pensato a Firenze come ad un museo, mi appariva come un vergognoso arbitrio. La sua destinazione stava inesorabilmente cambiando.

 

Come vedi Firenze adesso?

Rispondere a questa domanda comporta, nella mia personale esperienza, una valutazione ed un’analisi più ampia e complessa. Firenze con i suoi quartieri esterni al centro, come la vediamo adesso con le sue vie, i suoi viali e la dislocazione dei suoi servizi ed esercizi commerciali è stato frutto di un’opera di urbanizzazione – sbagliata o meno – di moltissimi anni fa, quando c’erano altre visioni, altri orizzonti, diverse tecnologie e una diversa visione del futuro. Tutte le consolidate certezze degli anni settanta, ottanta e di buona parte degli anni novanta, negli ultimi 10/15 anni si sono velocemente disintegrate. Sulle fondamenta di una città concepita costruita e sviluppata in modo completamente diverso si è voluto, ovviamente sempre in nome del “progresso”, realizzare un’altra realtà urbana. Cantieri lungo le carreggiate sono nati improvvisamente, altre strade sono state chiuse definitivamente, percorsi automobilistici sono comparsi e scomparsi senza alcuna logica comprensibile, intere aree sono state modificate, ridotte e rese indecifrabili alla circolazione nel giro di pochissimi anni. Le cosiddette tramvie hanno stravolto l’intera superficie urbana della città, pali di metallo alti più di 4 metri sono stati piantumati ovunque, piantumati come a voler costruire una foresta metallica dove i rami sono stati sostituiti da intrecci infiniti di cavi in acciaio. Tutto questo in nome di un rilancio dell’efficienza nei servizi pubblici e di una maggiore vivibilità che ha prodotto come risultato caos e anarchia urbana. I sostenitori della tramvia, i talebani del progresso, hanno giustificato tutto dicendo che l’ultima tramvia – prima del suo smantellamento – esisteva oltre 40 anni fa, dimenticandosi che però 40 anni fa la città non aveva questa urbanizzazione e i progetti di espansione realizzati non contemplavano più questa soluzione di trasporto. Le dimensioni di quella tramvia erano completamente diverse da quelle che oggi stanno costruendo; i servizi, gli esercizi commerciali e l’urbanizzazione privata di oltre 40 anni fa non erano neppure lontanamente paragonabili a quelli attuali, come neppure paragonabile era la dimensione dei mezzi di trasporto privati e commerciali, rispetto a quelli attuali. Come se qualcuno, a Milano, si fosse messo in testa di sostituire le tramvie di Corso Sempione, presso l’arco della Pace, oppure quelle di via Casoretto, presso Città Studi, o magari di via Nino Bixio, presso porta Venezia (mi tengo accuratamente lontano dal centro storico) progettate, costruite e funzionanti da oltre 50 anni come oggi ancora ci appaiono, intatte e immutate nella loro originalità, con le nuove e moderne tramvie fiorentine. Follia!

 

Quindi non ci torni più con la gioia di una volta?

Ormai tutte quelle poche volte che mi decido di intraprendere l’avventura di tornare nella mia città, per venire a trovare i miei parenti e pochi amici rimasti, ho un solo immediato sentimento, quello di fuggire e di non volerci mai più rientrare. Anzi, quando ritorno a Padova, oppure a Milano 2, mi sembra di essere riuscito a fuggire, incolume, da un infernale girone dantesco nel quale i fiorentini mi appaiono come i condannati destinati a scontare una pena molto lunga. Decoro urbano e pulizia ambientale radicalmente compromessa, strade dissestate e viali di circonvallazione saturi di traffico anche negli orari che dovrebbero essere più tranquilli, completano un quadro desolante. Pare quasi che Firenze sia diventata il laboratorio scientifico per nuovi esperimenti urbani, per testare il livello di tolleranza e la capacità di sopportazione di una popolazione utilizzata come moderne cavie umane al fine di studiarne i possibili “effetti collaterali”. Pochi giorni fa, il gestore di un b&b presso il quale ho trovato alloggio nel quartiere di Rifredi, mi suggeriva, per raggiungere la stazione di Santa Maria Novella, di prendere la navetta ferroviaria (così l’ha chiamata), alla stazione dell’omonimo quartiere. Intenzionato ad evitare la certezza anarchica dei mezzi pubblici su gomma, nella quale mi ero trovato vittima il giorno precedente, decisi di affrontare il viaggio utilizzando questo “nuovo” percorso. Un vecchio e piccolo treno a nafta con le porte a soffietto, che arrivava da Orbetello, era il mezzo di trasporto, chiamato navetta, che giunse sul binario 8 della stazione di Firenze Rifredi. Finestre rigorosamente sigillate, strapieno, con disponibilità di soli posti in piedi nei presi dei gradini, senza aria condizionata, rimane fermo in stazione perché la spia delle porte segnalava una apparente anomalia, riparte con oltre 10 minuti di ritardo. Arrivato a Santa Maria Novella solo 8 minuti prima della coincidenza per Venezia, salgo sul FrecciaRossa numero 9412 ed esausto, ma soddisfatto come un fuggitivo che oltrepassa incolume il confine mentre viene braccato dai suoi carcerieri, comprendo una cosa soltanto: l’incubo è finito, sono libero!

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